UN GIORNO COSì E L’ALTRO COSA’

scritto da Giuseppe Dacquì
Più volte aveva sostenuto con forza l’innalzamento di un nuovo “muro di Berlino” che separasse, una volta per sempre, accusatori e giudicanti.

Questa assurda “commistione” tra giudice e accusatore, questo scambio di ruoli che tutto muta e nulla cambia. Basta ! Non se se può proprio più. “Perché, - rimacinava nella sua mente, – tanta ostinazione a non voler addivenire a questa separazione” ?Eppure, quella mattina, nello spazio di un breve incontro casuale, tutto fu messo in forte discussione.

Andava col passo spedito, con un po’ di fiatone, la causa stava per essere chiamata. Quel GUP di solito non aspetta.

<<Và di fretta ?>>
<<Eh… si… sono un po’ in ritardo e devo confessarLe che i miei giovani collaboratori, ieri sera, avendo altro per la testa, non hanno potuto (?) fare la ricerca che avevo chiesto. Un caso di falso, un po’ sui generis>>.

Sia pure con un po’ d’affanno (gli anni passano e pesano) in pochi secondi rappresentò il caso al Sostituto procuratore generale, appena incrociato nei corridoi del Palazzo.

<<Se mi raggiunge nel mio ufficio, posso darLe una copia di una sentenza della Cassazione appena “sfornata” che fa al caso Suo: il fatto non costituisce reato>>.

Offerta al giudice per l’udienza preliminare quella massima contribuì a far prosciogliere l’imputato.

<<Non sono così, poi, tutti “accusatori” i pubblici ministeri. E’ vero…. mai sparare nel mucchio.>>

Il gesto del brillante e stimato Sostituto procuratore generale, lo mise in grande difficoltà.

Pensò più volte, d’allora, all’effettiva validità del principio della divisione delle carriere.

Lui avvocato navigato, abituato alle intemperie giudiziarie, per la prima volta nella sua splendida carriera si è visto porgere la mano da un avversario. Non capita tutti i giorni. Fatto straordinario da annotare sul diario forense.

Ma, come tutte le cose straordinarie accade sempre, poi, l’imprevedibile.

Depositata la motivazione, la sentenza, come di rito, passò al visto della Procura Generale.

<<Avvocato, la mia assoluzione è stata impugnata>>.
<<Beh… è nelle cose. Un diritto del pubblico ministero>>.
<<Qui c’è scritto, Procura Generale>>.
<<Procura Generale ?>>
<<Si, atto d’impugnazione >>.
<<Prosegua>>.
<<Ha errato il GUP a pronunciare sentenza di assoluzione…>>
<<Scusi. Può leggermi il nome del Sostituto che ha impugnato la sentenza ?>>
<<Dr…….>>
<<Il n’est pas possibile !!!>>
<<Come ?>>
<<No, nulla>>.

Persino la lingua francese fu rispolverata. Attonito ? Sbigottito ? Burlato ?

Un piacevole gioco, un inganno, una goliardia o qualcos’altro ?

<<Mi ha teso la mano e poi…!?! >>

Un orientamento diverso e naturalmente opposto della Cassazione alla base del gravame. Il chiaroscuro del nostro diritto. Ma questo non bastò a quietarlo.

<<Deve credermi sulla parola, avvocato ! Non ho ricordato affatto di averLe “offerto” la massima favorevole>>. Fu la risposta del Sostituto.

Seguì una forte stretta di mano. Tra gentiluomini non poteva finire diversamente.

Novella o leggenda ? No, di pirandelliana memoria, il fatto avvenne in un giorno del nostro tempo a Caltanissetta, in terra di Sicilia.

Giuseppe DACQUI’