In memoria dell’Avvocato Filippo Siciliano

scritto da Giuseppe Dacquì

 

Quando scompare uno di noi si è soliti dire che se ne è andata una parte di noi; ma con Filippo SICILIANO questo non può dirsi, Egli era diverso da noi poiché il migliore, il vero Signore del Foro.

 

Filippo SICILIANO, come tutti gli Avvocati della vecchia guardia, che ha combattuto per decenni sul campo del vecchio rito inquisitorio, fu tra i pochi a non dover mutare il suo stile poiché in questo già c’era il “nuovo”: “un’oratoria più razionale che classica senza le abituali coloriture che, a volte, mistificano le concretezze processuali nelle fasi più salienti e delicate”, un porgere con tono diverso “quello dell’eloquenza moderna che differisce dallo stile del Sud che va a declinare” (così Ugo COSTA lo ha descritto nel volume “L’Avvocatura nella storia della Provincia di Caltanissetta”.

 

Quando una sua arringa in difesa di Valentino SALAFIA, pronunciata avanti la Corte di Assise d’Appello di Catania sarà pubblicata su “La Difesa Penale” e nella raccolta di arringhe di Titta MAZZUCCA, Bice MORTARA GARAVELLI, nel suo saggio “Le Parole e la Giustizia”, nel riportare il commento di Gabriele BOSCETTO che ha definito l’arringa di SICILIANO come modello di nuova eloquenza senza fronzoli, senza sfoggio di varia cultura, senza mozione degli affetti, senza ricerca di facili effetti, non ha avuto alcuna esitazione a scrivere che “è la rivincita del logos, del rigore dimostrativo, sugli usi devianti delle emotività”.

 

 

Mutato il rito, il suo stile non è cambiato poiché era già nuovo quando gli altri prediligevano la retorica classica.

 

 

Gentiluomo dallo stile sobrio, asciutto, con modi di parlare e di porgere eleganti, penetranti, mai banali e sempre efficaci, sapeva con estrema e grande intuizione cogliere e centrare il cuore del processo. Il suo parlare forbito catturava sempre l’interesse, l’attenzione del giudice e non solo; un periodare dal dolce suono accattivante. Maestro in tutto, “faro” delle nuove generazioni.

 

 

Se ne è andato con lui uno stile, un modo di essere, uno stare in aula da gentleman, un perfetto barrister, senza mai scomporsi, senza mai farsi tradire dall’emozione, senza alterigia, senza astio.

 

 

Affrontava il processo sicuro del suo argomentare, demolendo con fredda ferocia la tesi avversaria.

 

 

Lontano dai riflettori, dalla voglia di apparire, Egli si determinò a pubblicare le sue “Parole dette e scritte” su espressa indicazione di un altro Grande del Foro nisseno, Giuseppe ALESSI, che appunto, lo esortò a raccogliere in un volume i suoi scritti perché ne lasciasse traccia ai posteri. Ed Emilio Nicola BUCCICO, che ne curò la prefazione, ebbe a scrivere che “Filippo SICILIANO ci ha donato serenità, ammirazione, gioia, guarigione nelle fatiche tumultuose della professione nelle ansie della vita: le Parole dette e scritte si trasformano nella durevole testimonianza di un grande avvocato che la parola non ha mai sciupato, arricchendoci con il dono della sua signorilità schiva, della sua amicizia, della sua cultura”.

 

 

La sua parola mai sciupata arricchiva la sua arringa proprio secondo gli insegnamenti di Quintiliano “perché, senza alcun dubbio il compito dell’oratore risiede nel parlare (…)” e le parole devono essere selezionate e collocate nel posto giusto poiché “siccome alcune sono più appropriate o più eleganti o più efficaci o dotate di una sonorità migliore di altre, non solo devono essere conosciute tutte, ma devono essere a portata di mano e, per così dire, sotto gli occhi, perché sia facile scegliere le migliori quando si presenteranno all’oratore per essere valutate”.

 

 

Nella brillante arringa in difesa di Valentino SALAFIA, sull’alibi dell’imputato, ritenuto falso dalla Corte di Assise di I° grado, Filippo SICILIANO convinse i giudici di Assise d’Appello con parole ed argomenti assolutamente semplici: “Pare alla difesa che ce ne sia a sufficienza per ritenere valido l’alibi offerto dall’imputato subito dopo che venne arrestato. Con un’osservazione aggiuntiva: che egli non ebbe il tempo di costruirsi l’alibi dopo il delitto, un alibi così dettagliato e così vario negli elementi circostanziali che lo compongo. Lo avrebbe progettato prima? Ma se lo avesse fatto, ebbene non sarebbe stato così sprovveduto da affidarne la credibilità ai suoi genitori. Nella credenza popolare della gente della nostra terra la testimonianza dei genitori, dei figli, del coniuge, non vale un soldo bucato. Nessuno metterebbe nelle loro mani la propria sorte giudiziaria. (…) Se è vero che nel delitto premeditato il falso alibi è prova capitale di colpevolezza è altrettanto vero che la mancanza di alibi o l’affidarsi ad un alibi pigro è indizio rassicurante di innocenza.”

 

 

In memoria di Alfredo DE MARSICO, Filippo SICILIANO ebbe a raccontare l’incontro avuto nel lontano 1955 in quel di Caltanissetta e descrivere il momento dell’intervento del Maestro: “Quando toccò a lui di discutere e, nell’aula gremita di un pubblico fatto per lo più da magistrati e di avvocati, si alzò per parlare, il gesto, lo sguardo, il susseguirsi delle parole e con esse dei concetti che venivano esposti, rivelarono all’istante, pur nella sobrietà e nella misura del dire, che stava parlando un Maestro e, in esso, un oratore eccezionale”.

 

 

Di DE MARSICO, è innegabile, che Filippo SICILIANO sia stato uno dei prosecutori di quel modello straordinario di arte oratoria forse, ahinoi, oggi in via di estinzione.

 

 

Se c’è un Tempio della Giustizia, Filippo SICILIANO è già a fianco degli altri Dei.

 

 

Giuseppe DACQUI’

sic