Come “essere Avvocato”

scritto da Giuseppe Dacquì

E’ una lezione – relazione che il Collega Dacquì ha tenuto al corso organizzato dall’Isisc (Istituto Superiore delle Scienze Criminali con sede a Siracusa) e dal Lapec (Laboratorio Permanente Esame e Controesame), benemeriti centri di ricerca, formazione e cultura di cui sono animatori Ettore Randazzo e Valerio Vancheri.

Dacquì dice ai giovani quello che non sta scritto in nessun manuale e che possono insegnare solo gli Avvocati di lungo corso.

 Ma soprattutto trasmette l’orgoglio di “essere” (e non fare) l’Avvocato, il senso profondo di una professione incredibilmente amata.

E mostra loro due bellissini films, che noi non possiamo vedere ma che Dacquì ci fa immaginare.

Ed è come se li avessimo visti!

                                                                                                                         Titta Madìa jr”

 

Pubblicato sulla Rivista  ”Gli Oratori del Giorno” – Gennaio 2014, n. 1

 

Estratto della relazione svolta  dall’Avv. Giuseppe DACQUI’ al corso di “Eloquenza e Comunicazione” organizzato a Siracusa dall’Istituto Superiore Internazionale di Scienze Criminali  (ISISC) e dal Laboratorio Permanente Esame e Controesame (LAPEC)

 

***

Papa Francesco, alcune settimane fa ha rilasciato un’intervista ad Eugenio Scalfari che è stata pubblicata su “La Repubblica”. L’intervista ha fatto il giro del mondo.
In un momento dell’intervista il direttore Scalfari si lascia andare: ”È vero, non sono anticlericale, ma lo divento quando incontro un clericale”.
Il Papa sorride, di rimando in modo serafico dice: ”Capita anche a me, quando ho di fronte un clericale divento anticlericale di botto”.
Alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’intervista, incontrai nei corridoi del Palazzo di Giustizia, un magistrato, con il quale ogni tanto scambio qualche battuta, dissi: “Sa, dottore, quando incontro voi magistrati in me c’è una sorta di insofferenza, provo un certo disagio”.
Lui, che aveva certamente letto l’intervista,rispose a tono: “Anch’io, in effetti, quando incontro i miei colleghi provo la stessa sensazione”.
Però, non essendo Papa Francesco, non me la poteva dare per vinta. Ritorna sui suoi passi e mi dice: “Penso che anche lei, Avvocato, quando incontra un suo collega provi insofferenza e disagio”. Risposi: “Sa, non è proprio così, perché se incontro un mio collega e cioè a dire un Avvocato, provo un senso di stima, di grande ammirazione; se, invece, incontro un <> allora sì!“
“Scusi – domandò – qual è la differenza tra l’Avvocato e l’iscritto all’albo?” Soddisfeci la curiosità: “Sa, io ho un po’ la puzza sotto il naso, divido la categoria dell’Avvocatura in due sottocategorie: una, quella nobile, quella composta da Avvocati; l’altra quella degli <>. Vuole sapere chi è <<l’iscritto all’albo>>? E’ colui il quale, al mattino si alza, a malapena si lava, non si fa la barba, in jeans e maglietta si presenta in Tribunale, senza il Codice, perché il Codice ce l’ha in testa, lo conosce a menadito; va in aula, siede sempre in prima fila e se c’è l’Avvocato anziano in piedi non cede il posto; fa l’esame e il controesame senza avere studiato e quando discute grida, pensando che alzando il tono della voce egli abbia persuaso il giudice e soddisfatto il cliente. Se, poi, capita di chiedergli perché mai va girovagando con abito <> per le aule del Palazzo di Giustizia, la risposta sarà <<Sa, Avvocato, oggi non ho udienza ma solo lavoro di cancelleria>>, quasi che quando si va in Tribunale, il metronotte che sta all’ingresso, il cancelliere, gli imputati, i testimoni, il pubblico ministero, il giudice, vedendolo in tale <>, penseranno: <<L’avvocato oggi non è in servizio!>>”
Prima ancora dello studio del Codice, della ricerca della novità legislativa, di come va preparata l’arringa, è importante come ci si presenta nel Palazzo di Giustizia.
L’Avvocato deve dimostrare, meglio, mostrarsi al Giudice, con una certa autorevolezza, consapevole dei propri mezzi, non deve mostrare alcuna debolezza.
Insomma, l’Avvocato quando entra in aula deve incutere timore al giudice; il giudice deve capire che in quel momento è presente un Avvocato. Certo, non bisogna andare prima dal parrucchiere, dall’estetista oppure indossare abiti firmati, come fanno taluni ospiti dei salotti televisivi del “diritto” che amano mettere in mostra i gioielli di famiglia.
Quindi, dicevo, l’Avvocato deve presentarsi in giacca e cravatta, deve avere un suo portamento, un modo di porgere importante ed elegante.
Per non dire, poi, come va portata e indossata la toga.
Molti “iscritti all’albo” non indossano la toga. Vi sarà capitato vedere nei corridoi del Tribunale qualche ” iscritto all’albo” portare la toga come fosse una bisaccia, uno straccio. E se poi entra in aula senza toga e chiede all’Avvocato la cortesia di prestargli la toga, quest’ultima verrà appena “appuntata” sulle spalle, direi quasi “accennata“, quasi fosse portatrice di chissà quale virus, tutta intorcigliata, che scivola tanto da strisciare a terra. Gli dà fastidio indossarla.
Certo, l’Avvocato di oggi non è l’Avvocato di ieri; l’Avvocato di oggi è un pò anglosassone, quello con la schiena dritta, che sa ben indossare la toga, che mette anche la pettorina, si chiama pettorina e non “bavaglino”, come qualcuno in gergo ed impropriamente la chiama.
Ma l’Avvocato, ecco, con questo suo modo di presentarsi non deve apparire saccente, supponente, né, come dire, presentarsi con arroganza, deve sapere tollerare, deve mostrarsi saggio; è difficile, ma deve mostrarsi saggio. Certo, la saggezza si conquista con l’età, ma deve sforzarsi di essere saggio.
E quindi quando ci saremo preparati in questo modo per presentarci in aula, l’atteggiamento del giudice sarà totalmente diverso, perché capirà: “Qui c’è un signore Avvocato che ora dovrà esporre le proprie ragioni”. Naturalmente, almeno la sera prima, dobbiamo studiare, dobbiamo prepararci, perché non si va mai impreparati quando bisogna affrontare il processo, sia nella fase istruttoria che in quella della discussione.
L’Avvocato deve essere un gentleman, deve essere dotato di fair play. Signori si nasce, Avvocato si diventa.
L’Avvocato deve essere quasi un attore. Anche se c’è una notevole differenza tra l’attore e l’Avvocato.
L’attore recita un copione scritto da altri, l’Avvocato non recita ma discute, narra, parla di cose che lui ha scritto, che ha messo in scaletta.
Nella discussione sono importanti le pause, i gesti, così come è importante il tono della voce. Sì, vero è, l’inventio, la dispositio, l’elocutio, la memoria, l’actio, tutto questo l’abbiamo preparato, però se poi non sappiamo esporre il nostro ragionamento, l’interlocutore, che è il giudice, quello che ci dovrà esaminare e giudicare, non comprenderà e il nostro pensiero non arriverà. Ci sono molti modi di dire, per esempio, “ti amo”, noi lo possiamo dire in tanti modi: in modo sarcastico, in modo serio, ma se non lo sappiamo dire in maniera suadente, la nostra amata non riceverà mai un messaggio d’amore, non ci corrisponderà. E allora noi dobbiamo fare in modo, nel porgere le questioni, le nostre riflessioni al giudice, di essere assolutamente convincenti, persuasivi. Ma non solo; anche la postura ha la sua importanza. Molti colleghi, bravi, valenti, spesso quando devono discutere o devono esaminare o controesaminare chiedono al Giudice l’autorizzazione a rimanere seduti magari distendendosi sul banco. Sbagliatissimo! L’Avvocato quando deve intervenire deve stare alzato, deve essere in piedi, con la schiena dritta e deve guardare negli occhi l’interlocutore, il testimone o l’imputato, il giudice, il giudice a latere, i giudici popolari; deve saper dosare le pause. Prima di iniziare l’arringa, deve far calare il silenzio; mai iniziare mentre il presidente è distratto o sta parlando con il giudice a latere. La discussione deve iniziare qualche istante dopo che cesseranno il brusio e il rumore di fondo che danno fastidio.
Allora lì bisogna, come dire, pazientare un attimo, fare una pausa finché proprio ci sia il silenzio, perché il giudice possa ascoltare quello che dovrà dire l’Avvocato. Mai fidarsi del Giudice : “Avvocato… prego l’ascolto…” mentre lui sta al telefono, oppure sta chiacchierando con il cancelliere, che non si preoccupa che lì in quel momento c’è un processo in corso, che c’è un Avvocato che sta per intervenire. Da dietro le quinte spunta sempre un cancelliere che ha sempre un foglio da far firmare al Presidente che non si scompone: “Continui, continui pure, Avvocato……la sto ascoltando”. No, bisogna fermarsi! Perché se noi abbiamo preparato la nostra causa, nel bene o nel male, è giusto che ci sia qualcuno che ascolti; non avremmo detto le giuste cose, però almeno l’attenzione. E quindi l’Avvocato, come l’attore, deve prepararsi nel suo camerino, deve studiare l’aula di giustizia.
E vi dico di più: noi, naturalmente, conosciamo il nostro Palazzo di Giustizia, e quindi sappiamo com’è l’aula della corte di assise, l’aula del tribunale, l’aula del giudice monocratico, l’aula del giudice di pace. E quindi sappiamo dove è posizionato il banco della difesa. Vi chiederete, perché dico questo ?
Immaginate di dovervi recare al Palazzo di Giustizia di Siracusa dove non siete mai stati. In tali casi è bene chiedere agli amici e ottimi colleghi Ettore Randazzo e Valerio Vancheri come è strutturata l’aula per esempio del GUP; perché, se è angusta, dovete fare in modo di celebrare il processo in un’altra aula più comoda per non trovarvi proprio di fronte al giudice. Il banco della difesa deve avere la giusta distanza perché possiate gestire il corpo, perché è importante anche la gestione del proprio corpo. Ma attenti, non bisogna seguire quel cliché di comportamento di quell’Avvocato che si presenta in Tribunale in modo teatrale, che gesticola, che svolazza nel perimetro a lui riservato, che si avvicina al banco della presidenza, a quello del pubblico ministero, alla gabbia degli imputati detenuti.
L’Avvocato di un tempo, quello che svolazzava, ormai, è una figura desueta che appartiene all’immaginario collettivo. Ecco, fino al vecchio Codice di rito, potremmo dire, l’Avvocato si muoveva così , cioè a dire l’Avvocato era considerato bravo se sapeva fare “teatro” durante l’arringa. Perché allora, con il vecchio Codice, qualcuno lo ricorderà, il processo era già istruito, il cuore del processo era l’arringa.
Quindi se l’Avvocato era bravo nell’arringa, e convinceva la Corte, beh egli veniva portato in trionfo.
Allora, vi voglio far vedere lo spezzone di un film per dare l’idea di come non va indossata la toga: Vittorio De Sica lo ha ben rappresentato al cinema nel film di Blasetti “Il processo Frine”.
Un grande Vittorio De Sica, una bellissima Gina Lollobrigida; la storia mutuata da Frine, una bella donna ateniese, cortigiana, che si trova sotto processo e difesa da Iperide, uno dei dieci oratori attici, che era anche innamorato di Frine e quando Iperide, pur con tutta la sua bravura, la sua grande furbizia, ha capito che non riusciva a convincere i giurati, egli scoprì il seno della bella Frine così…”convincendo” i giurati. Ora vedrete Vittorio De Sica come, imitando Iperide, cercherà di convincere i giudici che gli daranno, alla fine, ragione. (…)
Ma vi siete mai chiesti qual è stata l’orazione più bella che sia mai stata scritta, che sia mai stata pronunciata?
Ho fatto una mia selezione, che lascia il tempo che trova. A mio giudizio, forse sono stato anche influenzato dalla rappresentazione cinematografica che fra un pò vi farò vedere, l’orazione più bella non l’ha scritta né Demostene, né Cicerone, né Lisia, né Iperide, né altri.
L’orazione più bella, più persuasiva l’ha scritta William Shakespeare : è l’orazione funebre di Marco Antonio a Cesare. E’ una perla non tanto per le parole usate, ma è una perla di grande tecnica di persuasione. Pochi minuti prima dell’orazione di Marco Antonio c’era stato l’intervento di Bruto che aveva giustificato l’assassinio di Cesare e che era stato acclamato, portato in trionfo dalla folla perché aveva ucciso un tiranno. I romani si erano lì radunati, hanno proprio acclamato Bruto gridando: “Vivi, Bruto”. E, quindi, immaginate Marco Antonio che deve prendere la parola subito dopo Bruto, che era poco prima già stato osannato dalla folla. E immaginate la scena del difensore che deve prendere la parola dopo che ha parlato il pubblico ministero, che è stato osannato dai mass-media, dai giornali e che ha il favore della opinione pubblica; l’avvocato è solo, solo contro tutti e dovrà convincere i giurati.
Cosa fa Shakespeare? La sua tecnica. Non fa esordire, per come da taluni è stato osservato, Marco Antonio col dire: “Bruto ha torto”, ma con l’elogio dell’uccisore di Cesare: “Bruto è il migliore, Bruto è una persona rispettabile, Bruto ha detto delle cose giuste, Bruto è un uomo d’onore,……ma sento il dovere di dirvi che cosa io so di Cesare. Vengo qui a testimoniare che cosa ha fatto in vita Cesare e come vi voleva bene”. E Marco Antonio, man mano che, dopo l’esordio, comincia a capire che la folla è attenta, che lo sta ascoltando in religioso silenzio, tira fuori la prima carta vincente, ma accennandola soltanto, senza svelarla: “Ah, se io vi leggessi il testamento di Cesare!”. Ma non lo legge, se lo riserva alla fine, quando capirà che la folla è nelle sue mani, quando capirà che il pollice ha cambiato totalmente direzione. Quando ha la certezza che la folla è con lui, ecco il colpo di scena: che non sarà solo la lettura del testamento, ma anche il mostrare ai romani il sangue, le ferite a morte, le pugnalate che sono state inferte da Bruto, Cassio, ecc… a Cesare. In questo momento ci sarà il totale rovesciamento del verdetto, il trionfo di Marco Antonio e l’avversione a Bruto.
Che cosa c’è in più nella rappresentazione cinematografica? Intanto, certo, c’è uno straordinario Marlon Brando; abbiamo detto qual è la differenza tra un attore e un Avvocato, però qui facciamo finta che Marco Antonio sia un Avvocato: Egli ha la posizione eretta, non si scompone, mentre c’è il brusio della folla, egli attende, chiede il silenzio, chiama i romani amici e non concittadini come, invece, aveva fatto poco prima Bruto. Quando calerà il silenzio, egli comincerà a pronunziare l’orazione in favore di Cesare.
Marlon Brando nel film è stato doppiato da un immenso Emilio Cigoli; Emilio Cigoli è stato un grande doppiatore del cinema italiano, qualcuno dice che qui è stato molto più bravo di Marlon Brando. Però io ho ascoltato anche la versione originale, devo dire che Marlon Brando è straordinario: una suadente voce, toni bilanciati e una superba gestualità.
Ecco, ora vedremo un brano tratto dal film “ Marco Antonio”, l’orazione appunto, che per me è un caposaldo di tecnica oratoria; lo vedo spesso, mi affascina tantissimo (…) .
La discussione alla fine cos’è? E’ un monologo, non è altro che un monologo.
L’Avvocato non deve recitare, deve solo sapere esprimere bene le sue argomentazioni sul palcoscenico della giustizia. E quello che dobbiamo tenere sempre viva è l’attenzione del giudice che deve essere sempre alta, mai farla calare. Il giudice tende a distrarsi, a pensare ai bambini che usciranno da scuola, alle cose che gli ha detto la moglie al mattino o al litigio che ha avuto la sera. La discussione, essendo un monologo, va preparata e scandita nei momenti importanti e cruciali. Non bisogna pensare: “Io devo parlare cinque ore perché devo trattare un processo dove ci sono tre, quattro o cinque omicidi”, si deve parlare tanto quanto basta per convincere il giudice. Cicerone nel “De oratore”, se non sbaglio, scriveva che bisogna guardare negli occhi, perché gli occhi trasmettono quello che c’è dentro, quello che c’è dentro di noi. E molte volte noi non riusciamo a trasmettere il messaggio al giudice, e ritorno così a quel famoso “ti amo”; bisogna saperlo dire “ti amo”, anche se siamo i più brutti della terra, per cercare quantomeno di avere la speranza di penetrare nel cuore del giudice.
Infine, vi farò vedere un altro monologo cinematografico. Credo che molti di voi avranno visto il film, “Scent of a Woman”, che è il nostro“ Profumo di donna”, il film di Dino Risi con Vittorio Gassman di cui gli americani hanno voluto fare il remake con un grande Al Pacino.
Qui non so chi ha scritto il monologo, onestamente non mi sono documentato, sarà stato un grande sceneggiatore, la storia brevemente la ricordo: Un colonnello dell’esercito, cieco, in pensione interviene in difesa di un giovane studente accusato, dalla presidenza della Scuola che frequenta, di non voler svelare i nomi dei suoi compagni colpevoli per aver danneggiato l’automobile del preside.
Questa scena ve la voglio far vedere, durerà qualche minuto, però è veramente bella. Al Pacino, doppiato da un bravissimo Giancarlo Giannini, prima arringa da seduto, lui cieco, e poi in piedi. Al Pacino è bravo sia nell’una che nell’altra posizione. Personalmente quando devo discutere una causa in camera di consiglio ho delle serie difficoltà a parlare stando seduto, non riesco a gestire il mio corpo, mi sento ingessato, non ho la posizione corretta. Però qui Al Pacino, da seduto, riesce a dare il meglio di sé. Vi prego, ora, di vedere e ascoltare questo bel monologo in difesa di questo ragazzo. (…)
Bene, è inutile dire che poi il ragazzo verrà prosciolto. Ho finito.
Occorre sempre prepararsi per presentarsi dinanzi al giudice. “Profumo di donna”… il consiglio è, lo dico sempre a me stesso, far sentire il “Profumo di Avvocato” al giudice ogni giorno. Certo, dopo aver studiato, dopo esserci preparati, dopo avere indossato la toga, la pettorina, talvolta la cosa triste e angosciante per noi Avvocati è scoprire, che il giudice, la sera prima, precedendoci ha già scritto la sentenza.
Ho finito.
Ieri sera, purtroppo e ne sono dispiaciuto, avendo finito tardi in Tribunale a Caltanissetta, non ho potuto partecipare alla simulazione di un processo dal titolo “Se Voi foste il Giudice”. Stamane Luisella De Cataldo mi ha detto che è stata una bella prova, magistralmente diretta da Valerio Vancheri. Valerio, scusami, mi puoi fare la domanda?
Intervento di Valerio Vancheri:” Caro Giuseppe, e se tu, Giuseppe, fossi il Giudice?”
Avv. DACQUI’ –: Farei l’Avvocato!

Siracusa, 19 Ottobre 2013
                                                                                                        Avv. Giuseppe DACQUI’