CARCERE DURO

scritto da Giuseppe Dacquì

Ho già scritto alcune riflessioni su questa rivista in tema di carcere duro (n. 6/2004) e desidero ritornarci per esprimere forse cose ovvie, risapute, ma da taluni maldigerite.

Una battaglia di civiltà non è mai un’occasione persa, un vuoto di parola o vuota parola è pur sempre un farsi sentire, una sorta di rinfresco della memoria per non far passare quel disdicevole “ma tanto……”.

La questione carceraria, dunque. La tutela dei diritti umani al centro del mondo. Le campagne per l’abolizione della pena di morte, le campagne per chiudere Guantànamo, proteste e denunce nel mondo da Nessuno Tocchi Caino, da Amnesty International sulle violenze, sulle morti, sugli abusi nelle carceri.

 

L’approvazione da parte della Camera dei Deputati del disegno di legge che introduce nel codice penale il reato di tortura è un ottimo segnale di ravvedimento che però fa a pugni con il mantenimento del famigerato articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario.

 

Chiedersi come stanno le nostre carceri, come vivono i nostri detenuti, come sono trattati, quali diritti vengono negati è legittimo oppure è un “fastidio” per i “forcaioli” di turno?

 

In Italia si applaude quando viene comminato un ergastolo, mentre si grida allo scandalo se un imputato viene assolto.

 

Come viene trattato il detenuto paziente? Come viene considerato? Che posto ha la tutela della sua integrità psico-fisica nell’ambiente intramurario? Le risposte alle emergenze e/o alle urgenze da parte dell’amministrazione penitenziaria sono adeguate, efficienti oppure vi sono gravi carenze?

 

I centri clinici sono strutture capaci di curare le malattie gravi, croniche di cui è affetto il detenuto?

 

Al detenuto ammalato è assicurata la stessa assistenza psico-fisica del cittadino ammalato?

 

Per molti di questi interrogativi vi sono già delle risposte, per altri, per arrivare ad una soluzione, il cammino è abbastanza lungo e tortuoso.

 

Sicchè, il legislatore intende punire chi infligge ad una persona forti sofferenze fisiche o mentali ovvero trattamenti crudeli, disumani o degradanti allo scopo di ottenere da essa o da una terza persona informazioni, conferme, etc…….

 

Verrebbe voglia di proporre al giornalista de L’Espresso – Fabrizio Gatti – di introdursi clandestinamente in un carcere italiano e raccontarci la vita da recluso: fingersi ammalato e toccare con mano come viene assistito, raccontarci se l’acqua arriva calda, se il pasto è buono, se le lenzuola sono pulite, se ci sono topi che di notte villeggiano o scarafaggi in libera uscita.

 

E poi invocare il precetto costituzionale “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo…… La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” e la Carta Europea dei diritti fondamentali: “la dignità umana è inviolabile…. Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica”.

 

In carcere spesso ci si ammala e non sempre è un luogo di cure, di rieducazione e di riabilitazione.

 

La nuova Costituzione Europea ha riaffermato i diritti fondamentali della persona umana, ma la questione è sempre la stessa: se tale riaffermazione ha solo un valore simbolico.

 

Scrive Antonio CASSESE nella sua opera “I diritti umani oggi”: “A ben guardare, la proclamazione dei diritti fondamentali della Costituzione Europea può apparire come un libro dei sogni.Si promette molto, si sbandierano idee, principi, prospettive, si enunciano concetti altisonanti, insomma si fa intravedere al cittadino europeo che molto gli sarà dato, e poi invece, quando egli cercherà di far valere i suoi diritti, è probabile che rimarrà con pochi lupini per sfamarsi”.

 

E in tal senso non si può non essere d’accordo con lui quando ammonisce che “ è compito di tutti coloro che credono profondamente nei diritti fondamentali della persona umana cercare di trasformare le illusioni, i fantasmi e i sogni in corpi ed entità viventi”.

 

E occorre, ancora una volta, chiedersi fino a che punto l’ingerenza di un’autorità pubblica nella sfera dei diritti fondamentali dell’uomo è consentita in ragione della sicurezza nazionale o del benessere economico del Paese.

 

Le associazioni umanitarie nel mondo denunciano ogni giorno le torture, gli abusi, le violenze, la violazione dei diritti che contraddistinguono le varie strategie della lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata.

 

Un diritto negato e’ un diritto violato cosi come un diritto violato e’ un diritto negato.

 

E prima di volgere lo sguardo al mondo bisognerebbe
guardare nel giardino di casa nostra per verificare se il nostro sistema penitenziario è conforme ai principi enunciati nella nostra Carta Fondamentale, nei vari Trattati internazionali che sottoscriviamo.

 

Occorre una vera e propria presa d’atto del nostro stato di cose, della condizione umana all’interno delle strutture carcerarie spesso talune fatiscenti ed in sovraffollamento.

 

L’Italia potrà firmare tutti i protocolli del mondo in tema di diritti umani ma se la questione carceraria nostrana non verrà attentamente esaminata non potrà esserci giustizia, non potrà esserci rispetto dei diritti umani.

 

E spesso i conti non tornano poiché vi è un enorme divario tra i principi enunciati e il vissuto quotidiano.

 

Principi, per come brillantemente scritto da Antonio CASSESE, “sono un po’ come <<i sei personaggi in cerca di autore>>: una volta evocati dal legislatore, quei principi <<chiedono>> di essere realizzati, perché <<vogliono>> incarnarsi in norme concrete e guide di azione. In breve, essi <<esigono>> di trasformarsi da enunciazioni astratte e remote in realtà viventi e operose”.
Per prendere corpo,un fantasma deve compiere però una vera e propria metamorfosi.

 

Ho comunque il triste presagio che i detenuti per molto tempo ancora resteranno come gli innocenti massacrati nelle guerre cioè “ vite di scarto”,per come li ha chiamati efficacemente il sociologo Zygmunt Bauman.

 

Giuseppe DACQUI’